ROMA – Le Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026 rappresentano senza dubbio una vetrina internazionale per il Paese, ma secondo l’imprenditore romano Gianluca Pietrucci rischiano di trasformarsi nell’ennesima occasione mancata se non si affronta con lucidità il tema delle grandi opere, dei costi e dell’impatto ambientale.
Al centro della riflessione di Pietrucci c’è la scelta di costruire ex novo la pista da bob di Cortina, un intervento che ha comportato la distruzione di aree verdi e che, nelle intenzioni iniziali, avrebbe dovuto limitarsi a una ristrutturazione della storica pista “Eugenio Monti”. Quest’ultima, chiusa nel 2008 per gli elevati costi di gestione e per la pericolosità del tracciato, è oggi al centro di polemiche, vincoli e indagini giudiziarie. Italia Nostra ha infatti ottenuto il vincolo sulla pista Monti e su altri impianti storici, mentre la Procura ha aperto un’inchiesta sulla sua demolizione.
Secondo Pietrucci, la scelta appare ancora più incomprensibile se si considera che alternative già esistenti avrebbero potuto essere recuperate e valorizzate. La pista da bob di Cesana, realizzata per le Olimpiadi di Torino 2006 e chiusa nel 2010 per le spese insostenibili, giace oggi in stato di abbandono, vandalizzata e trasformata di fatto in una discarica. Stessa sorte per i trampolini del salto con gli sci di Pragelato, simboli di un’eredità olimpica mai realmente gestita.
«Continuiamo a costruire nuove strutture senza aver imparato nulla dal passato», sottolinea Pietrucci, richiamando proprio l’esperienza di Torino 2006, dove molte opere sono rimaste inutilizzate, lasciate al degrado o gravate da costi di manutenzione impossibili da sostenere per gli enti locali.
Il discorso si allarga poi ad altri impianti storici, come lo Stadio Olimpico del Ghiaccio di Cortina (giochi del 1956) e il Trampolino Olimpico di Zuel, anch’essi oggi tutelati da vincoli ma privi di una reale strategia di riuso. A Milano, intanto, si parla di riapertura dello stadio del ghiaccio, mentre altrove si costruisce senza una visione di lungo periodo.
Altro nodo centrale è quello dei costi, cresciuti in modo esponenziale. Diversi studi e inchieste giornalistiche parlano di investimenti lievitati fino a quadruplicarsi, con oltre 118 milioni di euro solo per alcune opere nel Bellunese, e con il rischio concreto di lasciare sul territorio nuove incompiute. Un peso che, secondo Pietrucci, finirà per ricadere ancora una volta sulla collettività.
«Le Olimpiadi dovrebbero essere un volano di sviluppo sostenibile, non un esercizio di vanagloria istituzionale», afferma l’imprenditore. «Serve una pianificazione seria, che parta dal riuso delle strutture esistenti, dal rispetto del paesaggio e dalla memoria delle esperienze passate. Altrimenti il rischio è quello di celebrare un grande evento e, pochi anni dopo, ritrovarsi a fare i conti con nuovi e costosi fantasmi di cemento».
L’intervento di Gianluca Pietrucci si inserisce così in un dibattito sempre più acceso, che chiama in causa non solo l’organizzazione dei Giochi, ma il modello stesso di sviluppo che l’Italia intende perseguire. Perché, come dimostrano le eredità di Torino 2006, il vero bilancio delle Olimpiadi si fa sempre molto tempo dopo la cerimonia di chiusura.