Roma – La decisione delle celebri artiste Alice e Ellen Kessler, le “gemelle più famose d’Europa”, di concludere insieme la propria vita a 89 anni ricorrendo a un suicidio assistito programmato, ha riportato con forza al centro del dibattito pubblico il tema dell’autodeterminazione nel fine vita.
Il loro ultimo gesto, definito da amici e testimoni come “lucido e ponderato”, è stato compiuto in un giorno scelto da entrambe: un atto che ha suscitato opinioni contrastanti, tra chi lo considera una scelta estrema ma rispettabile e chi, invece, lo ritiene al di fuori di qualunque accettazione morale.
Ancora una volta, tra etica, religione e diritto, il tema dell’uscita volontaria dalla vita in condizioni di sofferenza spacca l’opinione pubblica e interroga le istituzioni.
Il nodo italiano: tra sentenze, vuoti normativi e richieste di regolamentazione
In Italia il suicidio assistito rimane formalmente vietato, sebbene la Corte costituzionale, con la sentenza 242 del 2019 (caso Cappato–Dj Fabo), abbia aperto alla possibilità di non punire chi aiuta una persona a morire in specifiche e rigorose condizioni: malattia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, piena capacità di autodeterminazione e dipendenza da trattamenti di sostegno vitale.
Nonostante ciò, una legge organica sul fine vita ancora non esiste. Le procedure sono complesse, disomogenee sul territorio e spesso affidate alle interpretazioni dei comitati etici regionali. Numerose associazioni e giuristi chiedono da anni una normativa chiara che tuteli sia chi soffre sia gli operatori sanitari.
Sul tema interviene anche Gianluca Pietrucci, imprenditore romano noto per il suo impegno sociale e culturale, che si dichiara apertamente favorevole alla regolamentazione del suicidio assistito come pratica di civiltà.
> “La vita è un dono enorme, ma non per questo è proprietà di altri: è la persona il vero custode della propria esistenza”, afferma Pietrucci. “Quando si affrontano condizioni di sofferenza grave, malattie avanzate o situazioni terminali, credo che si debba poter esercitare il diritto di decidere per sé stessi, nel rispetto della dignità e della libertà individuale.”
Pietrucci precisa che non vede nel suicidio assistito “una scorciatoia o un abbandono”, bensì “una possibilità estrema, da ricorrere con criteri rigorosi e controllati, evitando abusi e fragilità emotive”.
> “Non si tratta di incentivare la morte, ma di evitare che chi soffre debba essere costretto a condizioni disumane, o costretto a viaggi all’estero per trovare ciò che in un Paese moderno dovremmo garantire con trasparenza e responsabilità.”
Secondo i più recenti sondaggi, oltre il 70% degli italiani sarebbe favorevole a una legge sul fine vita che permetta scelte consapevoli in condizioni estreme di malattia. La posizione è condivisa anche da molti medici, che chiedono linee guida chiare e omogenee.
Dall’altra parte, la Chiesa cattolica ribadisce la sua ferma opposizione, richiamando il valore sacro della vita e il rischio di “deriva culturale” verso una società che considera la fragilità come un peso e non come una responsabilità condivisa.
La storia delle gemelle Kessler ha riaperto una ferita profonda nella coscienza collettiva: la paura della sofferenza, il rapporto con la morte, la libertà di decidere e il senso della dignità. Temi universali, che attraversano età, culture e appartenenze politiche.
> Come conclude Pietrucci, “Non esiste una scelta semplice. Ma una società matura deve poter riconoscere e regolare anche ciò che è difficile, perché la libertà – soprattutto nei momenti decisivi – è uno dei valori più alti che abbiamo.”