ROMA – Ripensare il sistema penitenziario italiano attraverso un principio fondamentale: chi è stato condannato deve scontare effettivamente la propria pena, ma il periodo trascorso in esecuzione della condanna può e deve diventare, quando le condizioni lo consentono, anche un’occasione per svolgere attività utili alla collettività.
È questa la riflessione dell’imprenditore romano Gianluca Pietrucci, che propone un modello differenziato in relazione alla gravità dei reati e alla durata delle pene, con un maggiore ricorso al lavoro e ai servizi di pubblica utilità per i detenuti che presentino caratteristiche compatibili con tali attività.
«Credo sia necessario tornare a parlare con chiarezza di certezza della pena – afferma Pietrucci – ma nello stesso tempo dobbiamo chiederci come trasformare una parte del periodo di detenzione in qualcosa che abbia un’utilità concreta anche per la società».
Per i condannati per reati di minore o media gravità, compatibilmente con la normativa, con le decisioni dell’autorità giudiziaria e con le necessarie valutazioni di sicurezza, Pietrucci propone di potenziare fortemente l’impiego in attività socialmente utili e lavori a beneficio delle comunità.
Tra gli esempi indicati figurano la pulizia e la manutenzione delle strade, la cura dei cimiteri, il taglio dell’erba nei parchi e lungo la viabilità, la pulizia degli argini dei fiumi e delle spiagge, la manutenzione delle caditoie e interventi per ripristinare muri e spazi pubblici vandalizzati dai graffiti.
Attività da organizzare attraverso programmi strutturati e sotto la vigilanza degli organi competenti.
«Abbiamo città che necessitano continuamente di manutenzione e contemporaneamente persone che trascorrono anni negli istituti penitenziari – osserva Pietrucci –. Nei casi in cui sia possibile e sicuro farlo, il lavoro può diventare una forma concreta di responsabilizzazione e restituzione alla collettività».
Un secondo livello della proposta riguarda detenuti che stanno scontando pene più consistenti, sempre con esclusione dei soggetti incompatibili per tipologia di reato, pericolosità o regime detentivo.
Pietrucci ipotizza in particolare la creazione di programmi di lavoro agricolo organizzato, con strutture adeguatamente sorvegliate dalla Polizia Penitenziaria e, qualora previsto da uno specifico quadro normativo, con il concorso di altri apparati dello Stato.
Anche in questo caso sicurezza e tutela degli operatori dovrebbero essere prioritarie, mentre qualsiasi intervento coercitivo in caso di fuga, violenza o rivolta dovrebbe avvenire esclusivamente secondo le condizioni e i limiti stabiliti dalla legge.
L’obiettivo, secondo Pietrucci, dovrebbe essere quello di evitare un modello nel quale la detenzione si traduca esclusivamente in inattività, favorendo invece percorsi nei quali disciplina, lavoro e responsabilità accompagnino l’esecuzione della pena.
Un altro tema sollevato riguarda la presenza nelle carceri italiane di detenuti stranieri.
La proposta è quella di rafforzare gli accordi internazionali che consentano, nei casi giuridicamente possibili, il trasferimento nei Paesi di origine per l’esecuzione della pena o il rimpatrio, distinguendo attentamente le diverse situazioni e mantenendo particolari cautele per i reati gravi e gravissimi.
Una materia complessa che richiede accordi bilaterali, garanzie giuridiche e rispetto degli obblighi nazionali e internazionali, ma sulla quale, secondo Pietrucci, sarebbe necessario investire maggiormente.
Alla certezza della pena deve però corrispondere anche la disponibilità di strutture adeguate.
Pietrucci propone quindi di accelerare il completamento degli istituti penitenziari già in costruzione e di valutare il recupero di strutture carcerarie non più utilizzate, citando anche i casi storici di Pianosa e dell’Asinara.
Qualsiasi ipotesi di riapertura dovrebbe naturalmente essere preceduta da studi di fattibilità, verifiche ambientali, logistiche ed economiche e dalla valutazione dell’attuale destinazione e tutela dei territori interessati.
«Se vogliamo parlare seriamente di certezza della pena – sostiene l’imprenditore romano – dobbiamo anche mettere lo Stato nelle condizioni materiali di poterla garantire, attraverso istituti sicuri, dignitosi, moderni e con personale sufficiente».
Pietrucci esprime infine una posizione fortemente critica rispetto all’utilizzo esteso di strumenti alternativi alla detenzione carceraria.
Braccialetto elettronico, arresti domiciliari, obblighi di firma, misure di sorveglianza e percorsi in comunità rispondono a presupposti e finalità giuridiche differenti e vengono disposti dalle autorità competenti sulla base delle norme vigenti. Secondo Pietrucci, tuttavia, occorrerebbe maggiore rigore nella loro applicazione affinché non vengano percepiti come sostitutivi generalizzati della detenzione.
«Sono contrario all’idea che le misure alternative possano diventare una scorciatoia rispetto all’esecuzione effettiva della pena. Devono essere utilizzate quando esistono realmente i presupposti previsti dalla legge e quando garantiscono sicurezza alla collettività».
La posizione di Pietrucci punta dunque su un binomio preciso: pena effettiva e responsabilizzazione attraverso il lavoro.
«Il carcere deve garantire sicurezza e rispetto delle sentenze, ma deve anche chiedere responsabilità a chi ha commesso un reato. Quando le condizioni personali, giudiziarie e di sicurezza lo permettono, lavorare per il bene della collettività può rappresentare una forma concreta di restituzione alla società».