In Italia parlare di integrazione significa spesso limitarsi a slogan, ma senza affrontare il cuore del problema: regole uguali per tutti, doveri prima dei diritti, rispetto delle leggi e contributo alla società. È questo l’unico vero percorso per uscire dalla logica dei campi rom e arrivare a un’integrazione reale e sostenibile.
Oggi lo scenario è sotto gli occhi di tutti: insediamenti abusivi come quelli di via Salviati, via di Salone, via dei Gordiani, via Candiani o Castel Romano continuano a rappresentare aree di degrado, illegalità e marginalità sociale. Non è accettabile che si perpetui un modello che ghettizza da un lato e tollera l’illegalità dall’altro.
La mia proposta è semplice e netta: obbligo di studio per i minori, obbligo di lavoro per gli adulti, regolare contratto di casa, pagamento delle utenze e delle tasse come ogni altro cittadino. L’Italia non può permettersi di mantenere sacche di esclusione: se si vive qui, bisogna contribuire qui.
Il lavoro non manca. Anzi, settori come l’agricoltura, dove oggi siamo costretti a importare manodopera e prodotti dall’estero, potrebbero assorbire buona parte di queste risorse, trasformando un problema sociale in un’opportunità per il Made in Italy.
Parallelamente, serve lo smantellamento definitivo degli accampamenti: entro il 2030 i campi rom devono essere chiusi, come prevede anche il piano Gualtieri. Ma le case popolari devono andare prima ai cittadini italiani e agli stranieri meritevoli, che abbiano dimostrato di rispettare le regole e di contribuire alla comunità.
Chi non lavora e usufruisce di un alloggio popolare deve essere impiegato nei lavori socialmente utili dei Comuni, in strutture che loro stessi contribuiranno a mantenere pulite e ordinate.
Sul piano della legalità, non ci possono essere scorciatoie: chi delinque va punito severamente. Anzi, propongo che per i non cittadini italiani, in caso di reato, le pene siano aggravate e senza sconti, così da trasmettere un messaggio chiaro: chi vive in Italia deve rispettare la legge, senza eccezioni.
L’integrazione non è buonismo, ma responsabilità. Non basta un co-housing o un alloggio popolare per cambiare le cose. Serve un percorso serio, che passi dal lavoro, dalla scuola e dal rispetto delle regole. Solo così potremo dire di aver superato i campi rom e costruito una vera convivenza civile.